Della civiltà terrestre che diremo?
Che era un sistema di sfere colorate,
di vetro affumicato,
dove si avvolgeva e svolgeva il filo
di liquidi luminescenti.
O un agglomerato di palazzi raggiformi
svettanti da una cupola
coi portali inchiavardati
dietro cui camminava un orrore senza volto.
E che ogni giorno si gettavano dadi,
e a chi capitava un numero basso
veniva condotto al sacrificio:
vecchi, bambini, ragazzi e ragazze.
O forse diremo così: che abitavamo
in un vello d'oro,
in una rete iridescente,
nel bozzolo di una nuvoletta
appeso al ramo di un albero galattico.
E questa nostra rete era intessuta di segni:
geroglifici per l'occhio e l'orecchio,
anelli d'amore.
E risuonava al suo interno un suono,
che ci scolpiva il tempo,
il tremolìo, il garrito, il cinguettìo
della nostra favella.
E con che cosa potevamo tessere il confine
fra il dentro e il fuori, la luce e l'abisso,
se non con noi stessi, il nostro caldo respiro,
il rossetto, lo chiffon e la mussola,
col battito, che quando tace muore il mondo?
O forse della civiltà terrestre
non diremo nulla.
Perché cosa fosse
non lo sa realmente nessuno.
(Czeslaw Milosz)

